Rickson Gracie da la cintura corallo a Renzo Gracie!
C’è qualcosa di quasi circolare, quasi karmico, nel vedere Rickson Gracie, l’uomo che più di tutti ha custodito la purezza del Jiu-Jitsu, consegnare un nuovo grado al cugino Renzo.
Non è solo una promozione. È un gesto che racconta mezzo secolo di disciplina, visione e rispetto reciproco dentro una famiglia che ha fatto del combattimento una forma di pensiero.
Quando Rickson prende il microfono e dice, con la solennità di chi non parla mai a caso, “It’s time for Mr. Renzo Gracie to get this degree”, in realtà non sta solo annunciando un passaggio formale.
Sta certificando qualcosa di molto più profondo: la continuità di una filosofia.
E nel mondo del Jiu-Jitsu, dove Rickson è notoriamente parsimonioso nel distribuire cinture —quasi ascetico nel farlo— il gesto pesa come un sigillo d’autenticità.
Rickson non promuove. Rickson riconosce.
E questo fa tutta la differenza.

Renzo, come sempre, stempera la tensione con ironia.
Scherza sull’età, sulle strisce che non si possono più togliere, sull’impossibilità di fingere di essere più giovane.
Ma dietro la battuta c’è la consapevolezza di chi ha speso una vita a costruire ponti tra Brasile, New York e il resto del mondo.
La sua accademia, per molti, non è solo un luogo di allenamento: è un laboratorio di cultura, di filosofia del corpo, di fratellanza.
Quando i due si abbracciano, il momento si fa doppio: intimo e universale.
Perché Rickson rappresenta la linea più pura della tradizione, quella che ancora crede che il valore di una cintura si misuri nel sudore, non nei like.
E Renzo incarna l’evoluzione, la capacità di aprire, insegnare, contaminare senza perdere il centro.
Ricevere un riconoscimento da Rickson equivale a essere misurato con il metro più corto e più severo del Jiu-Jitsu.
Se arriva da lui, significa che non ci sono scorciatoie, che ogni ora sul tatami è stata vista, capita e rispettata.
In altre parole, è il tipo di onore che non si chiede, si attraversa.
Per chi pratica, questi momenti sono un promemoria: il Jiu-Jitsu non è mai stato solo tecnica.
È disciplina, comunità, longevità dello spirito.
Ed è anche la prova che, nonostante gli anni, le ossa e i dolori, l’arte continua a scorrere da una generazione all’altra come una lingua viva.
Renzo oggi non ha solo ricevuto un grado.
Ha ricevuto un segno di fiducia da parte di chi, nella storia di questo sport, rappresenta la misura più alta.
E se quel segno arriva da Rickson, uno che non concede facilmente, allora il messaggio è chiaro:
ciò che conta, nel Jiu-Jitsu come nella vita, è ciò che resti quando smetti di raccontart
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