UFC e il prossimo salto: Netflix, Amazon o…?
Ogni volta che Dana White apre bocca su un nuovo accordo televisivo, l’aria si fa elettrica. Non tanto per quello che dice, ma per quello che non dice.
Nell’ultima apparizione al Full Send Podcast, il CEO della UFC ha lasciato cadere una frase che ha acceso i radar dei fan (e dei broadcaster):
“Probabilmente finiremo su una piattaforma molto più globale di quella attuale.”
Boom. Il riferimento non è nemmeno troppo velato. Dopo Spike, poi FOX, poi ESPN, la UFC sembra pronta a fare un salto ancora più alto. Questa volta però non parliamo solo di canali sportivi. Parliamo di imperi dello streaming.
Perché questo cambio è importante?
Il contratto esclusivo con ESPN scade a fine 2025. La UFC sta cercando un nuovo accordo che possa valere 1 miliardo di dollari l’anno. Una cifra da capogiro. Eppure, coerente con l’evoluzione del prodotto.
Oggi non basta trasmettere eventi. Bisogna occupare lo spazio digitale, globalizzare il pubblico, offrire contenuti sempre accessibili. E chi può garantire questo meglio di:
- Netflix, con oltre 300 milioni di abbonati in tutto il mondo;
- Amazon Prime, che già trasmette eventi sportivi e aveva sfiorato la firma con UFC anni fa?
Se aggiungiamo il fatto che TKO Group, la società madre di UFC, ha già stretto un accordo da 5 miliardi con Netflix per la WWE, il puzzle si completa quasi da solo.
Ma c’è un’altra mossa sotto il tappeto
Nel frattempo, Dana White è anche promotore diretto del supermatch tra Canelo Álvarez e Terence Crawford, che sarà trasmesso in esclusiva su Netflix.
Coincidenze? Macché.
Il flirt tra UFC e Netflix è sotto gli occhi di tutti. Ma White, da pokerista navigato, non si sbilancia:
“Non ho niente da annunciare. Siamo ancora nel pieno delle trattative.”
Tradotto: non posso dirlo, ma qualcosa bolle eccome in pentola.
Ogni salto ha cambiato il gioco
White lo dice con orgoglio:
- Spike ha fatto scoprire la UFC all’America del cavo.
- Fox l’ha portata sulla TV nazionale.
- ESPN l’ha spinta nel mainstream sportivo.
Ora il salto potrebbe essere planetario.
Un colpo del genere non sarebbe solo business. Cambierebbe le abitudini del pubblico, la disponibilità degli eventi, la visibilità globale degli atleti. Non solo per il mercato USA, ma anche per noi europei, per i fan italiani, per chi segue il grappling alle tre di notte.
E per noi che ne scriviamo?
Un cambiamento del genere significa anche più attenzione, più contenuti accessibili, più cultura MMA.
Significa, forse, un nuovo modo di raccontare questo sport. Meno chiuso nel gergo tecnico, più aperto all’intrattenimento e all’epica da streaming globale.
Ma significa anche: nuovi rischi, più controllo algoritmico, possibile saturazione.
Staremo a vedere.
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