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Intervista a Matteo Marconcini

Intervista a Matteo Marconcini 1
Giada Chioso
Scritto da Giada Chioso

Buongiorno a tutti, oggi siamo in compagnia di Matteo Marconcini, judoka toscano, appartenente all’Arma dei Carabinieri nel gruppo sportivo militare.
È stato vicecampione mondiale nel 2017 a Budapest negli -81 kg, nel 2016 bronzo ai campionati mondiali militari a Uster e, non di minore importanza, il 5° posto alle Olimpiadi di Rio dove per pochissimo è mancato il bronzo, oltre a numerosi podi in ambito internazionale (tra cui l’oro nella European Open a Praga sempre nel 2016) e i vari titoli nazionali sia individuali che a squadre.

Benvenuto Matteo a Grappling-Italia.
Innanzitutto ringrazio te e il gruppo sportivo militare dei Carabinieri per la Vostra disponibilità.
Complimenti per tutti i tuoi numerosi risultati e soprattutto per tutte le volte che ti sei rimesso in gioco dopo i molti infortuni, purtroppo tuoi compagni di viaggio.
Qual è stato quello che ti ha condizionato di più?
MM: Sicuramente l’ultimo infortunio nel 2017 dopo il mondiale. Per assurdo non c’entra nulla il judo, e forse proprio per questo motivo è stato il più devastante. Ero nel mio periodo di forma migliore, tornavo da vicecampione del mondo, stavo recuperando molto bene una pubalgia che dava fastidio da diversi mesi e di lì a poco avrei gareggiato nel torneo su invito Master Top 16 a San Pietroburgo. Tutto svanito, per colpa di un incidente stradale che mi ha dovuto far operare ben due volte al piede destro, porto tuttora i segni e in tanti mi avevano detto che non sarei tornato sul tatami.

Cosa ti ha dato la forza di continuare nonostante questi infortuni? Non hai mai pensato di smettere a livello agonistico?
MM: Sì, c’ho pensato più di una volta. Per la precisione due. La prima nel 2015, quando avevo praticamente smesso, un infortunio alla spalla a un anno dai giochi olimpici, mi sono preso del tempo per riflettere, un paio di mesi, che probabilmente mi hanno aiutato a rigenerarmi e a ripartire molto più forte di prima. La seconda nel 2018, quando vedevo che nonostante il tempo che passava i progressi sulla caviglia erano pochissimi, soltanto i ricordi e le sensazioni di pochi mesi prima mi hanno dato la forza di continuare a lottare per andare contro a tutti quelli che dicevano che non ce l’avrei fatta!

Come hai iniziato a praticare judo?
MM: Da piccolissimo, non avevo ancora compiuto quattro anni, i miei genitori mi accompagnarono al palazzetto dello sport di Arezzo e lì ho conosciuto i miei primi e unici maestri del JUDO OK AREZZO. Mi sono tolto le scarpe, mi hanno fatto giocare e mi sono innamorato di questo fantastico sport, proprio quello che dovrebbe succedere in ogni palestra!

Ci vuoi raccontare di quando sei entrato nel gruppo sportivo dei Carabinieri? Cosa è cambiato?
MM: Praticamente tutta la mia vita. Ho iniziato a fare di lavoro quello che prima riuscivo a malapena a fare tra studio e vita quotidiana. Dal 2008 in poi ho avuto tutto il tempo che mi serviva per pensare ai miei obiettivi e agli allenamenti.
Devo ringraziare l’Arma e tutto il Centro Sportivo Carabinieri perché ho trovato e trovo tuttora persone in gamba e competenti su cui puoi contare. Ci sono momenti difficili anche da professionista, ma per fortuna oltre che a colleghi, trovi ottimi amici con cui condividere un percorso fatto di tantissime variabili e difficoltà.

So che il percorso verso le Olimpiadi di Rio è stato particolare, ce ne vuoi parlare?
MM: Decisamente. Come dicevo prima, io stesso ero quasi convinto di smettere, dopo l’ennesimo infortunio che mi aveva fatto interrompere il percorso di qualificazione. A giugno del 2015 infatti, contro tutto e tutti, ho deciso che non mi sarei operato subito ma mi sarei preso un po di tempo per cercare di capire cosa volessi veramente. Cosi è stato e in tutta spensieratezza, portando avanti comunque gli allenamenti durante l’estate, mi sono operato a settembre. Il caso ha voluto che arrivassi all’operazione preparato anche muscolarmente proprio per gli allenamenti fatti, e in soli tre mesi, grazie anche e soprattutto allo staff medico del Centro Sportivo, sono tornato pronto per ricominciare. A gennaio mi sono detto che sarei andato in gara soltanto per l’ebrezza di riprovare alcune sensazioni e divertirmi. Beh, alla prima coppa del mondo a Praga, vincendo mi sono divertito e non poco. Da li ho continuato a farlo fino a Rio, il resto è storia.

Come vivi il momento della gara? Fai tanto calo peso?
MM: In passato sì. Arrivavo anche a togliere gli ultimi due o tre chili l’ultima settimana, ma sentivo che qualcosa non andava. Negli ultimi cinque anni invece, ho capito che dovevo stabilirmi ad un peso accettabile e controllare bene l’alimentazione. In questo modo arrivavo al peso molto più facilmente, non senza sacrifici, e l’ultima settimana potevo dedicarla anziché al calo peso, ma a rifiniture per la gara come esplosività o reattività.

Hai qualche rito scaramantico che fai prima della gara o ascolti musica particolare?
MM: Sì, sono sempre stato un po’ scaramantico. Diciamo che i gesti che faccio nei momenti precedenti al primo incontro, se poi va bene li ripeto anche durante tutta la gara. Ad esempio, ad una gara guardai la bandiera dell’Austria per tutto il tempo prima di salire sul tatami, e da lì spesso ho ricercato questa bandiera ad ogni gara. Mi faceva sentire sicuro e più forte!

Qual’è la tua tecnica preferita?
MM: Fino a quando si poteva tirare era Kataguruma. Successivamente ho sempre avuto una passione per i sutemi-waza, quindi anche Yoko-Tomoe-Nage è stata un mio speciale, ma diciamo che mi piace variare, e ho molte tecniche che provo e spesso mi danno risultati.

Qual’è stata la tua vittoria più bella?
MM: Come ho spesso detto, sicuramente Almaty 2016. L’ultimo Grand Prix che dava punti validi per la qualificazione olimpica, dove io sono stato messo in squadra all’ultimo e sarei dovuto arrivare o 1° o 2° per andare a Rio. Una gara intensa e complicata, ma quando in semifinale mi infilai sotto a Zoloev in un Yoko-Tomoe-Nage facendo ippon, le emozioni erano a mille. Penso sia stata la prima volta che ho visto il mio coach, Paolo Bianchessi, piangere sulla sedia.

E invece l’incontro perso che ti è pesato di più?
MM: Ce ne sono un paio. Sia il bronzo all’olimpiade, che se fossi stato più lucido e un po’ riposato credo che avrei affrontato in modo diverso. E anche la finale al mondiale 2017, ero carico e pronto a vincere ma purtroppo sono stato “pizzicato” a terra dal tedesco, quello in assoluto la sconfitta più pesante perché se avessi vinto sarei stato l’unico italiano ad aver vinto un mondiale senior.

Quali sono i tuoi progetti futuri? E come ti vedi una volta terminata la tua carriera agonistica da atleta?
MM: Beh, sicuramente mi piacerebbe rimanere nel mondo dello sport. Ho dato tutta la vita per il judo e credo che potrei dare supporto ai giovani che hanno bisogno di esperienza e conoscenza. Proprio per questo sto cercando di formarmi sempre di più, sono già laureato in Scienze politiche e ho partecipato a diversi corsi alla Scuola dello Sport e in Fijlkam, e sto continuando la laurea in Scienze Motorie che avevo abbandonato diversi anni fa proprio perché’ credo che bisogna essere preparati per preparare o per insegnare. Le ambizioni sono tante, spero di riuscire a raggiungerle!

Secondo te, come si potrebbe sviluppare di più il judo in Italia?
MM: Credo che tutto parta dalle piccole realtà o dalle palestre in giro per l’Italia, sono loro che formano i giovani e i ragazzi. Ultimamente vedo troppa specializzazione e poco insegnamento delle basi.
Purtroppo, poi quando si cresce, per fare il salto di qualità serve proprio quella base che fai da piccolo, se non ce l’hai poi è difficile andare avanti e trovare risultati. È come se alle scuole elementari già studiassero latino, filosofia o fisica quantistica!
Per quanto riguarda l’alto livello, bisognerebbe creare più scambio. In Italia non siamo tanti come in Giappone o in Russia, il mio sogno sarebbe un centro specializzato dove ci sono un centinaio di atleti di medio alto livello che si allenano tutti i giorni insieme e vivono insieme, uniti da uno staff competente e a disposizione, quello secondo me è un modo intelligente per crescere.

Cosa vuoi consigliare ai giovani judoka?
MM: Di divertirsi il più possibile! Non pensate al risultato, quello viene da sé. Pensate ad andare in palestra, con grandi sogni e grandi ambizioni, ve lo dice uno che in camera imitava Pino Maddaloni che vinceva le olimpiadi. Con l’impegno, la fatica e l’umiltà li raggiungerete!

Quali sono i tuoi hobby?
MM: Adoro viaggiare, anche se nell’ultimo periodo è un po’ difficile, con mia moglie abbiamo annullato anche il viaggio di nozze, dovevamo andare in Indonesia.
Mi piace molto cucinare, si vede anche dalla cucina che ho a casa, infatti quando torno mi metto sempre ai fornelli a preparare qualcosa di particolare e sfizioso.
Poi essendo un tipo sportivo, mi piacciono molto gli sport che non sono mai riuscito a fare durante la mia vita da judoka, sci, surf e altri.

Vorresti aggiungere qualcosa prima di salutarci?
MM: Vi ringrazio per la bella intervista, spero che vi sia arrivato qualcosa di positivo. Ringrazio ancora una volta il Centro Sportivo per la possibilità di rispondere a queste domande e per l’aiuto che mi ha dato in tutti questi anni.
Speriamo di sentirci presto per altre interviste! Un saluto a tutti!

Sarebbe davvero un enorme piacere.
Ringrazio di nuovo te e il Centro Sportivo Carabinieri per essere stato qui con noi e ti faccio un grosso in bocca al lupo per i tuoi progetti, sperando di rivederti al più presto sul tatami. Ciao Matteo!

Chi è l'autore

Giada Chioso

Giada Chioso

Atleta agonista di judo, grappling (-gi e no-gi) con partecipazioni a gare internazionali anche di sambo, kurash e sumo. Insegnante tecnico di judo FIJLKAM. Laureata in scienze motorie e alla magistrale in scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate con esperienza nella rieducazione motoria.