Il ‘Pro Wrestling’? Uccide
Interessante articolo-approfondimento di Roberto Pastore sul Pro-wrestling. Quello che sembra, da fuori, uno spettacolo da circo ha invece una mortalità altissima.
IL PRO WRESTLING? UCCIDE
Grazie alle telecronache delle reti private, il professional wrestling entertainment, lo spettacolo della lotta libera professionistica, si è conquistato un fedele seguito anche in Italia. Popolare in America e Giappone, non va confuso con l’amateur wrestling, lotta agonistica presente alle Olimpiadi nelle due varianti, stile-libero e greco-romana. Una volta il pro wrestling era noto in diversi Paesi come catch (dalla massima catch-as-catch-can, ossia “prendi come puoi prendere”). Pur essendo esploso negli anni ’80, non fu un’invenzione dell’era reaganiana. Nacque difatti nella seconda metà dell’Ottocento come sport-spettacolo, per poi involversi in disciplina di puro intrattenimento. All’inizio degli anni ’20 la trasformazione si era già completata e l’avvento della televisione fece il resto. Il wrestling è oggi un fenomeno similcircense dalla violenza tanto plateale quanto artatamente coreografata. E questo sebbene possa ricordare il mondo della boxe (il ring, le cinture simboliche dei campioni, gli show strutturati alla stregua di eventi pugilistici). Il canovaccio è quello del favolistico scontro tra “buoni” e “cattivi”, con trame da fiction seriale, sfide tipiche dei western e siparietti da slapstick comedy. Dall’ispirazione alle antiche lotte dei gladiatori è derivato un ibrido connubio tra i film di Rocky e quelli con Bud Spencer e Terence Hill. Evidente anche l’influenza dei cartoni animati giapponesi, dei fumetti imperniati sui supereroi e dei videogame. Non è di certo la cosa meno seria o più trash della TV, tra programmi da bar dello sport, reality e opinionisti alla Platinette. Sovente, però, lo spettacolo, per quanto avvincente ed esilarante, degenera in una grottesca pantomima e nella farsa di dubbio gusto. Il pubblico, ormai, ne è in larga parte consapevole e, da componente interattiva dello show, sta anzi al gioco delle parti. Il successo della specialità è stato nobilitato persino da riferimenti colti. Basti pensare che l’intellettuale francese Roland Barthes non disdegnò di dedicare un saggio ai suoi significati simbolici e catartico-esorcizzanti.
Il wrestling, pertanto, prevede che l’effetto dei colpi venga enfatizzato, cercando allo stesso tempo di attutirli il più possibile. Il fatto che si presti a essere considerato una puerile carnevalata da baraccone ha contribuito a trasmettere l’immagine di un mondo di giganti buoni. Questi ultimi, in tale ottica, sarebbero amici fraterni che “non si fanno nulla”. La realtà del dietro le quinte, invece, è un po’ differente e più complessa. In un’epoca revisionista in cui viene sdoganato di tutto, bisogna dare al wrestling quel che è del wrestling e rendere giustizia ai suoi protagonisti. E ciò anche a costo di far arricciare il naso ai puristi dello sport. Innanzitutto, i wrestler professionisti non sono semplici cascatori corpulenti. In gran parte, provengono da discipline sportive ove hanno non di rado vinto, come Primo Carnera, già campione mondiale dei pesi massimi di pugilato. L’elenco delle medaglie d’oro olimpiche che dalla prima metà del secolo scorso si diedero poi in varia misura al pro wrestling è lungo. John Spellman, Henri DeGlane, Johan Richtoff, Axel Cadier, Robin Reed, Russell Vis, Pete Mehringer, Bobby Pearce, Jack Van Bebber, Fred Meyer, Wilfried Dietrich, Kurt Angle… A questi lottatori vanno aggiunti Dimitrios Tofalos e Paul Anderson (olimpionici nel sollevamento pesi), Anton Geesink, Willem Ruska e Shota Chochishvili (judoka vincitori dell’oro). Veri atleti dall’indiscutibile preparazione tecnica, dunque. Malgrado l’allenamento, sono frequentemente soggetti agli infortuni, dovuti alle prestazioni sempre più elevate, richieste dalle aspettative dei tifosi e da organizzatori senza troppi scrupoli. Molti si esibiscono sino a più di duecento serate all’anno in giro per il mondo (in passato qualcuno era arrivato addirittura a 340). La mancanza di tempo per recuperare e la scarsa tutela assicurativo-sindacale, unite all’esigenza di una possente muscolatura, li spinge ad abusare del doping. A cominciare da sostanze quali steroidi anabolizzanti e antidolorifici, agevolati in tal senso da controlli inesistenti o poco seri. Analogamente a certe stelle del rock, parecchi lottatori finiscono nel tunnel della dipendenza dall’alcol e dalle droghe vere e proprie, schiacciati dalla solitudine. Per non parlare dell’ingeneroso stereotipo di personaggio clownesco di cui rimangono prigionieri. La drammatica conseguenza di questo logorante stile di vita è rappresentata dall’alto tasso di mortalità dei pro wrestler statunitensi dai 45 anni in giù. Le cause più frequenti del loro prematuro decesso, di gran lunga superiore a quello della popolazione americana della stessa fascia d’età? Patologie cardiovascolari (favorite dalla stazza), neoplasie, overdosi, suicidi, morti violente in episodi di cronaca nera e incidenti nei continui spostamenti da un’arena all’altra. Tuttavia, i mass media dimenticano più spesso di menzionare i decessi dei wrestler sul ring o per le conseguenze dirette di un incontro. Dal 1903 a oggi se ne contano almeno 70, di cui 3 donne (in media uno ogni anno e mezzo circa). A un’analisi non superficiale, quindi, viene fuori il ritratto di un ambiente esasperatamente competitivo, se non cinico e a tratti crudele. Il tutto dominato da un business in cui rappresentazione scenica e verità si confondono in continuazione e lo spettacolo deve andare avanti comunque. Altro che innocuo gioco da ragazzi.
ROBERTO PASTORE
13/06/2009: MUORE SUL RING IL SECONDO “UOMO TIGRE” – Il wrestler giapponese Mitsuharu Misawa, che un tempo si esibiva con il volto coperto e lo pseudonimo “Tiger Mask II”, è deceduto durante un incontro. Il video sottostante inizia dai primi soccorsi e dai vani tentativi di rianimazione. Seguono immagini di repertorio, in cui Misawa lottava anche con la maschera, ereditata dal precedente “Tiger Mask” Satoru Sayama.
20/03/2015: “Perro” Aguayo jr perde la vita durante un incontro a Tijuana (Messico), in seguito a un calcio che provoca la rottura di tre vertebre cervicali.
14/01/2001: Sid Vicious si frattura una gamba nel corso di un match in quel di Indianapolis (USA).

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