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Il decalogo del pugile


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Questa volta mi piacerebbe molto parlare di un argomento che viene sottovalutato molte volte: la filosofia negli sport da combattimento. Vorrei prendere come esempio il pugilato, disciplina che per eccellenza si mette in prima fila per quanto riguarda gli sport “marziali”. Però non tutti sanno che esiste un documento non scritto che contiene il codice morale del vero pugile, principi che rispecchiano molto la natura sportiva della boxe ma che allo stesso modo fanno pensare che chi combatte sul ring è un vero e proprio guerriero alla pari di tutti. Mi rendo conto che questo argomento è un po’ delicato però spero verrà apprezzato come vera e pura espressione degli sport da combattimento.
Cominciamo con una breve storia della Boxe

Il pugilato, come ogni arte da combattimento, ha origini antichissime. Le prime notizie documentate sul un tipo di combattimento a mani nude tra due avversari le troviamo nei poemi omerici, Iliade ed Eneide. Qui vengono descritti i combattenti che si cingevano le mani con placche di piombo legate con lacci di cuoio, che trasformavano i colpi di pugno in armi micidiali.

Fin dal 668 a.C. questa forma di combattimento venne inserito nel programma dei giochi olimpici. Dai documenti possiamo apprendere che non erano previste categorie di peso, per cui possiamo supporre che questo tipo di lotta era praticato da atleti di taglia medio massima.

Anche nelle civiltà etrusca e latina era presente una forma di combattimento del tutto simile a quella descritta.

Questi combattimenti finivano generalmente per le ferite riportate da uno dei due contendenti o addirittura con la sua morte. Questo faceva parte del regolamento dell’epoca in cui le conseguenza erano unicamente dovute alla notevole superiorità tecnica del vincitore.

All’epoca possiamo dire che esistevano vere e proprie scuole in cui gli atleti potevano addestrarsi, in particolare per le competizioni in spettacoli circensi.

Successivamente alla caduta dell’impero romano questa forma di combattimento perse importanza, così come le relative scuole di addestramento.

Rimase pur sempre quella primordiale e istintiva forma di lotta che l’uomo ha da sempre fatto uso per affermare la propria superiorità.

Dobbiamo quindi arrivare al  XVIII secolo per ritrovare in Inghilterra una scuola di pugilato con un regolamento appositamente realizzato.  questo regolamento era ancora lontano da quello attualmente in vigore. In pratica i combattenti si affrontavano a mani nude  con un ampia libertà di colpi. Veniva comunque introdotta la figura dell’arbitro dell’incontro e giudice.

Un aspetto importante per comprendere meglio la nascita di questo regolamento fu quello del gran numero di scommesse che ruotavano intorno a questi incontri: le regole stabilivano un minimo di obiettività nel giudizio finale degli incontri e quindi evitavano interminabili e spesso cruente discussioni tra gli spettatori.

Successivamente, sempre nel XVIII secolo, questo regolamento venne modificato introducendo tutta una serie di regole che cominciavano a mettere l’attenzione sul l’incolumità dei combattenti, come le categorie di peso, l’uso di guantoni, il tempo di pausa tra una ripresa e l’altra, ecc.

Venivano così gettate le basi del moderno regolamento del pugilato

Il numero di riprese erano ancora molto variabili,  in genere erano contrattate direttamente dai contendenti. Inoltre l’arbitro aveva la facoltà di far proseguire l’incontro fino che uno dei due contendenti fosse palesemente risultato inferiore. Gli incontri tendevano a terminare generalmente con il K.O.

Ai primi del ‘900 si ritoccò ancora il regolamento, in particolare mettendo un limite al numero delle riprese. Questo comportò un cambiamento nelle strategie di combattimento. Inoltre per quanto riguarda il giudizio mise in evidenza l’importanza di individuare criteri per la vittoria ai punti.

Nel frattempo il pugilato entrò a far parte degli sport olimpici, con la limitazione ai soli atleti dilettanti, lasciando i professionisti a disputare i titoli internazionali.Nel corso degli anni successivi il regolamento è stato ancora modificato, per una maggiore tutela dei combattenti.

La lista viene comunemente chiamata decalogo del pugile

1) Quando un avversario si mostra sleale, non ti abbassare al suo livello. Comunque vada a finire, sei stato il più forte.

2) La costanza nella preparazione atletica ti garantisce la vittoria più importante, quella su te stesso.

3) Quando sei nettamente superiore al tuo avversario non umiliarlo, il tuo onore cadrebbe al tappeto.

4) Ogni combattimento ti costa pena e dolore, la vera sfida è sconfiggere loro.

5) Intelligenza è anche capire quando accettare una sconfitta. Insieme alla spugna avrai gettato le basi per un nuovo incontro.

6) Sul ring non devi temere nessuno ma rispettare tutti, dall’arbitro all’ultimo degli spettatori.

7) Accettare una sconfitta ingiusta ti fa più onore di una vittoria.

8) Per essere un vero pugile serve forza fisica ma soprattutto spirituale: onestà, laboriosità e serietà.

9) Chi ama il pugilato rispetta tutto ciò che fa parte di questo mondo. Si può perdere un incontro ma non si deve mai perdere la testa.

10) Dopo un incontro ricordati sempre che il tuo avversario ha un grande amore in comune con te: la boxe.
Ecco a questo punto mi piacerebbe commentare dei punti che in qualche modo hanno delle analogie con le arti marziali.
Se guardiamo il punto 2 troviamo una somiglianza incredibile con uno dei principi più importanti delle arti marziali, la vittoria su se stessi. Nel pugilato viene vista da un punto prettamente fisico a differenza nostra che ci concenrtiamo anche sull’aspetto psicologico del nostro ego da abbattere, ma allo stesso modo l’analogia tra i due principi è veramente importante.
Se guardiamo il punto quattro troviamo anche li delle analogie, sconfiggere il dolore, nella boxe è un problema del ring per noi è un problema continuo ma il concetto che sta alla base è quello di insegnare alla mente a non ascoltare le suppliche del corpo.
E infine al punto 8 viene chiaramente detto che il pugile non è solamente espressione di forza bruta ma anche spirituale, questo è molto importante, ci deve essere sempre una ragione per combattere.
Concludo dicendo che questi paragoni sono stati fatti per avvicinare gli artisti marziali a un mondo che ripudiano e viceversa, mettendo in risalto principi che alla fine sono comuni ad ogni pratica marziale. Io pratico Karate ma rispetto ogni altro praticante così come ogni altro uomo, perchè sono dell’idea che si possa imparare qualcosa da ogni persona che incontriamo sul nostro cammino.

 

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